Profughi, tra mito e realtà (1° parte)

Con gli incidenti di Quinto di Treviso di qualche settimana fa, l’arrivo in massa di disperati dall’Africa ha dimostrato di essere tuttora una questione tanto irrisolta quanto pericolosa e pronta a scoppiare. Quando si parla di questi temi, gli animi si scaldano e ognuno ha opinioni piuttosto forti; eppure, in rete e tra la gente girano tante informazioni errate o distorte, sia pro che contro l’accoglienza.

Per questo motivo, prima di aprire una discussione su cosa dovrebbe fare lo Stato italiano, credo che sia opportuno dedicare un po’ di tempo a spiegare dettagliatamente chi sono i cosiddetti profughi e come funziona il sistema di accoglienza, in modo da permettere a ognuno di farsi una opinione documentata, precisando che quanto riporterò è il risultato di documenti ufficiali e di spiegazioni ricevute in consiglio comunale (cercherò di linkare le fonti dove possibile).

Per prima cosa, bisogna chiarire il significato esatto di termini come profugo e clandestino, che vengono usati a piene mani ma spesso a sproposito.

Un immigrato è una persona di cittadinanza straniera che risiede in Italia; può farlo grazie a un visto e/o a un permesso di soggiorno dato dallo Stato italiano. I cittadini dell’Unione Europea hanno il diritto di vivere ovunque in Europa senza bisogno di permessi di soggiorno e sono sostanzialmente equiparati ai cittadini locali, per cui i romeni, i bulgari ecc. non sono nemmeno più immigrati in senso stretto, come non lo sono gli italiani in Inghilterra o in Germania, almeno fino a quando la libera circolazione europea non sarà messa in discussione (come vuole fare Londra).

Gli immigrati, dunque, sono extracomunitari (cittadini di paesi non appartenenti all’UE) e si dividono in tre categorie:
immigrati regolari, ossia persone che sono entrate regolarmente in Italia o comunque hanno ottenuto un permesso di soggiorno;
profughi (anche detti rifugiati), ossia persone che sono entrate in Italia irregolarmente, ma che hanno il diritto di essere accolte e protette dall’Italia in base alle convenzioni internazionali sull’asilo politico, o che hanno presentato domanda per vedersi riconoscere tale diritto (in tal caso si chiamano richiedenti asilo);
clandestini (anche detti immigrati illegali o irregolari), ossia chiunque non sia cittadino europeo e non ricada in una delle due categorie precedenti, e quindi non sia autorizzato a soggiornare in Italia.

Nell’immaginario collettivo i clandestini sono persone che attraversano la frontiera di nascosto o sbarcano sulle nostre coste, ma quasi mai è così; normalmente i clandestini sono ex immigrati regolari che sono stati espulsi o a cui non è stato rinnovato il permesso di soggiorno, oppure persone a cui è stata respinta la domanda di riconoscimento come profugo, oppure persone arrivate qui con un visto turistico e poi rimaste dopo la scadenza.

In questo articolo io mi concentrerò sulla categoria dei profughi: chi sono i profughi? Il termine, nonché l’immagine riportata dai media, starebbe a indicare chi fugge da una guerra, da una persecuzione o da una catastrofe naturale che gli impedisce di continuare a vivere a casa propria, e quindi chiede ospitalità (“asilo politico”) a un altro Paese. La realtà, tuttavia, è molto più variegata.

Innanzi tutto, il modo per acquisire lo status di profugo è semplicemente chiederlo. Per questo motivo, in pratica nessuno in Italia è mai clandestino al suo primo ingresso, a meno che non lo voglia essere. Basta che l’aspirante immigrato, appena individuato alla frontiera o soccorso in mezzo al mare, dichiari di voler presentare domanda di asilo, e diventa immediatamente un richiedente asilo, equiparato in tutto e per tutto ai profughi compreso il diritto di venire accolto e di ricevere vitto, alloggio e corsi di lingua e di formazione; questo indipendentemente dal Paese di provenienza e dal fatto che si tratti di un Paese in guerra o in pace, democratico o dittatoriale, ricco o povero, perché le persecuzioni politiche, per cui è stato concepito questo sistema, possono avvenire ovunque.

Non è nemmeno necessario entrare fisicamente in Italia, basta arrivare alla frontiera con un qualsiasi mezzo di trasporto; spesso c’è un comodo ufficio predisposto apposta a ricevere le domande (per esempio questo è quello dell’aeroporto di Milano Malpensa). Difatti, a livello europeo sono di più i richiedenti asilo che arrivano in aereo, magari con un visto turistico di durata limitata, rispetto a quelli che arrivano coi barconi.

A questo punto, il richiedente asilo acquista il diritto di rimanere in Italia fino a quando la sua domanda non sarà esaminata, una operazione che tocca a “commissioni territoriali” che sono sopraffatte dal lavoro. In teoria, le domande dovrebbero ricevere una risposta, positiva o negativa, nell’arco di trenta giorni; nella realtà, ci vogliono dai sei mesi a un anno, e più aumentano gli sbarchi più i tempi si allungano. Nel frattempo, il richiedente asilo, indipendentemente dal fatto che la sua domanda di asilo sia credibile o meno, è a tutti gli effetti equiparato a un profugo, per cui da una parte ha diritto a essere accolto e ospitato, e dall’altra è una persona assolutamente libera; si trova legalmente in Italia e può andare dove vuole e fare quello che vuole, nessuno lo può trattenere.

Questo è, ovviamente, una prima fonte di guai; in questo modo l’Italia accoglie e ospita non solo i profughi veri e propri, come i siriani che scappano dalla guerra, ma anche persone che semplicemente scappano dalla fame e che vogliono venire in Europa per vivere meglio, e persino veri e propri delinquenti, come il senegalese che, ospitato a nostre spese in un centro profughi di Collegno, nelle scorse settimane ha accoltellato e rapinato otto donne nella zona ovest di Torino.

Ora, l’Italia è dentro la zona senza frontiere dell’accordo Schengen, per cui potreste pensare che i rifugiati girino anche per l’Europa. In realtà, un trattato europeo, il cosiddetto Regolamento di Dublino II (e il suo successore detto Dublino III), ha stabilito che l’unico stato europeo in cui una persona può chiedere asilo è il primo in cui è arrivato, che spesso è l’Italia; per cui, dall’estero ce li rimandano tranquillamente indietro a forza, a costo di ripristinare i controlli alle nostre frontiere, come hanno fatto sia la Francia a Ventimiglia chel’Austria al Brennero. Anzi, coi francesi c’è pure il dubbio che ci scarichino profughi a loro sgraditi che in Italia non c’erano mai stati, sostenendo che fossero arrivati prima da noi.

Bisogna però smentire il mito per cui “l’Europa non fa niente e ce li scarica tutti a noi”, che è semplicemente una scusa dei nostri governanti per scaricare il barile su qualcun altro. Basta guardare la tabella con i numeri delle domande di asilo presentate nel 2014 nei vari Paesi europei per scoprire che noi ne riceviamo fin un po’ meno di quanti ce ne toccherebbe in base alla popolazione, e che la Germania da sola ha ricevuto il triplo abbondante di domande rispetto a noi.

Quindi, ben venga la discussione (pompatissima dai nostri politici) sulla redistribuzione pro quota dei rifugiati tra i vari Paesi europei, soprattutto se i numeri degli sbarchi attraverso il Mediterraneo dovessero continuare ad aumentare, ma potremmo scoprire che se poi questo veramente venisse fatto a tappeto, non solo sugli sbarchi in Sicilia ma su tutte le altre rotte di accesso all’Europa, potremmo addirittura riceverne più di ora, anche considerato che i numeri degli accessi all’Europa dalla Serbia all’Ungheria (che non a caso vuol costruire un muro…) e dalla Turchia alla Grecia sono dello stesso ordine di grandezza di quelli via mare verso l’Italia.

D’altra parte, il regolamento di Dublino un po’ ci salva anche. Perché? Perché in Africa sanno benissimo che l’Italia non è proprio il posto migliore in cui fermarsi, e comunque vogliono magari raggiungere parenti e amici già accolti altrove, per cui spesso chi sbarca non vuole assolutamente presentare la domanda di asilo qui, cosa che lo costringerebbe a restare per sempre in Italia, ma vuole scappare per arrivare in qualche modo in Germania o in altri Paesi e presentarla lì.

Per questo, anche se nel 2013 (secondo il rapporto SPRAR 2014, che è una ottima fonte di dati ufficiali che userò diffusamente nel seguito) gli sbarchi in Italia sono stati 43.000, a cui vanno sommate parecchie migliaia di persone che entrano irregolarmente dai porti, dagli aeroporti e dalle frontiere di terra, le richieste di asilo presentate su scala nazionale sono state solo 27.000; gli altri, almeno altrettanti, hanno preferito scappare, rimanendo clandestini, per tentare di andare altrove; e sono quelli che si vedono, appunto, in cerca di passaggio a Ventimiglia o al Brennero.

Quanto sopra è solo una piccola introduzione al problema; ci sono ancora moltissime questioni di cui vi devo parlare. Ad esempio: quali sono i criteri per accogliere o respingere una domanda di asilo? Come funziona, quanto costa, quanto è efficace il sistema di accoglienza, ed è vero che “c’è gente che ci mangia”, e chi? Quanti sono i rifugiati, qual è il percorso che seguono nel sistema di accoglienza, e come vengono distribuiti sul territorio nazionale? Di tutto questo vorrei parlare nei prossimi giorni in altri post.

Alla prossima!

(Vittorio Bertola)

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One thought on “Profughi, tra mito e realtà (1° parte)

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